La civiltà Greca.

Mauro Goretti

La civiltà Greca.

Il Medioevo ellenico.

I regni greci dell'età micenea sono quelli di cui ci narrano le splendide pagine “dell'Iliade”.
L'inizio della guerra di Troia, (almeno secondo Eratostene). È infatti del 1193 a. C. e del 1184 a. C.
Circa la sua caduta e distruzione. È questo forse il periodo più alto di quell'era, mentre già si prospettavano profondi e radicali cambiamenti. Le coste elleniche vengono invase da un misterioso
“popolo del mare”, ma è tutta la regione a subire la progressiva migrazione di popolazioni indoeuropee che abitavano originariamente la regione danubiana. Si tratta dei Dori, termine che viene tradotto come “combattimenti con la lancia”: un popolo assai meno civile degli Elleni del
tempo, abituato a vivere di caccia e pastorizia, che porta a un rapido declino dei fiorenti regni micenei. Per tre secoli, a partire dal 1100 a. C. circa, la Grecia vive una fase di assestamento.
L'organizzazione dei piccoli stati si frantuma e le condizioni di vita peggiorano. È il periodo che gli
storici chiamano Medioevo ellenico, caratterizzato da una commistione dei tratti peculiari della precedente cultura micenea e delle innovazioni doriche, fra cui l'uso del ferro.
Come avverrà molti secoli dopo in Europa con il crollo dell'Impero romano, anche in Grecia si registra una grave crisi demografica, culturale ed economica. Molti sono spinti a migrare sulle coste dell'Asia Minore, dove fondano nuove città di cultura ellenica. Profondi sono anche i mutamenti di carattere politico. Se i piccoli stati micenei erano retti da monarchi (chiamati basileus) nel periodo della crisi il loro potere diminuisce, lasciando il posto a una nuova classe sociale: gli aristoi, i “migliori”. Essi sono il frutto del mutato costume. Solo chi possiede terreni
coltivabili ha i mezzi anche per armarsi e difenderli. Gli aristocratici sono dunque una nuova classe
di ricchi, ma anche di combattimenti, che vuole sostituire il sovrano. Per intenderci, è ciò che accadde a Itaca, nel racconto dell'Odissea, quando il re (Ulisse) torna dopo vent'anni alla sua dimora e la trova invasa dai proci (letteralmente “i pretendenti”) che intendono prendere il suo posto. Al di là della visione negativa che ne offre il mito, l'affermarsi della nuova classe sociale comporta una serie di conseguenze epocali.


L'invenzione della polis.

Le città che erano sopravvissute al periodo della decadenza si vanno riorganizzando, estendendo il
controllo dal territorio urbano all'intera area agricola e pastorale, ai porti e alle isole limitrofe.
Diventano “città-stato” , governante dai rappresentanti delle famiglie più potenti, riuniti in un consiglio cittadino, anche se tutti i cittadini hanno pari diritti e doveri. Naturalmente, quando si parla di “cittadini” s'intende solo un gruppo ristretto che si riconosceva per nascita e per censo.
Il nuovo modo di governare tra eguali porta ulteriori conseguenze: per esempio, per convincere le
assemblee che si riuniscono in piazza (l'agorà) è necessario sviluppare capacità oratorie e abilità
diplomatiche. Nasce la retorica, arte della persuasione che si insegna anche ai giovani.
Non stupisce che persino una dea dell'Olimpo, Peithò, diventi la protettrice di questa specifica abilità. Tra l'800 e il 700 a. C. si apre così una nuova era, che ha come simbolo la prima Olimpiade
del 776; da essa inizia il computo cronologico della storia greca. Non è tuttavia un periodo di particolare prosperità e le nuove polis stentano a darsi una forma economica più stabile, rimanendo
in balia di carestie o di cattivi raccolti, in una terra comunque aspra. In più, le originarie aristocrazie che avevano garantito una nuova forma di conduzione politica, tendono con il tempo
a trasformarsi in oligarchie, ovvero a restringere diritti e potere a poche famiglie altolocate, quando
addirittura non sfociavano in tirannide. Anche questa particolare situazione ha, però, un suo risvolto tutto sommato positivo: molti aristocratici rimasti esclusi dal potere, insieme a mercanti
in cerca di nuovi sbocchi commerciali, si mettono per mare alla ricerca di nuove e fertili terre.
La voglia di avventura che fu cantata nell'Odissea pare rispecchiarsi in un'autentica diaspora greca.
Per oltre 150 anni, da Calcide, Focea, Corinto, Megara, Locri, Rodi o Atene i coloni greci approdano sulle coste dell'Italia meridionale e insulare, della Gallia meridionale, della Spagna,
dell'Africa settentrionale, del Mar Nero, e fondano città fiorenti, come Metaponto, Sibari, Reggio, Messina, Siracusa, Crotone, Agrigento, Marsiglia, Malaga e tante altre.
Inizialmente sono definite “apoikia” (colonie), ma ben presto diventano polis del tutto autonome rispetto alla città-madre. Restano saldi i legami di lingua, cultura, religione e persino di alleanza
militare; fioriscono ovviamente i rapporti commerciali, ma ogni nuova città è totalmente libera
di avere un suo governo, un suo esercito e persino di espandersi a propria volta, creando nuove colonie, senza alcuna interferenza dalla Grecia, di cui però si conserva sempre bene la memoria,
come quella della patria originaria.

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