Giulio Cesare. Storia.





Giulio Cesare. Storia.

Le legioni romane stavano attraversando le Alpi. Cesare, circondato da alcuni ufficiali, guidava la marcia, tutto raccolto nei suoi pensieri. I Romani giunsero nelle vicinanze di un villaggio sperduto tra le immense montagne. Un ufficiale del seguito si avvicinò allora al comandante e gli disse:
Osserva, o Cesare, questo villaggio miserabile. Eppure anche l' ci sarà qualcuno fiero di esserne il capo. Giulio Cesare guardò fissamente il suo ufficiale e gli disse: Io vorrei essere piuttosto il primo fra questi montanari che il secondo a Roma. Questa frase orgogliosa basta ad indicare tutto il carattere del condottiero romano.

La guerra politica di Cesare.

Giulio Cesare nacque a Roma nel 653 anno dalla fondazione della città, cento anni prima della nascita di Gesù. Suo padre si chiamava come lui, Giulio Cesare; sua madre Aurelia. La famiglia di Cesare era nobile e antica. Si vantava infatti di discendere da Julo, figlio di Enea, il famoso guerriero troiano. Cesare fin da giovane mostrò un'intelligenza pronta e vivace; era vanitoso, vestiva sempre elegantemente e spendeva parecchio denaro in feste e divertimenti. Fu educato dai migliori maestri greci e latini del suo tempo e completò i suoi studi a Rodi: si preparava a diventare oratore, ma poi lo attrasse la carriera politica. La sua giovinezza trascorse nel periodo delle contese tra Mario e Silla. Cesare, anche per ragioni di parentela (sua zia, sorella del padre, aveva sposato Mario), aderì al partito popolare. A causa di ciò dovette subire una specie di esilio nel periodo delle persecuzioni di Silla (anno 82 avanti Cristo). Ma l'esilio non fu lungo; alcuni consiglieri di Silla chiesero la libertà per il giovane Cesare. Silla concesse la grazia, ma pare abbia detto ai consiglieri:”Quel giovanotto, che vi sembra soltanto un elegantone buono a nulla, ha un carattere duro: quello è un uomo ben più audace di Mario”. Rientrato a Roma, Cesare riuscì a diventare amico di Crasso, uomo assai ricco e potente, e più tardi anche di Pompeo, famoso per le sue grandi vittorie militari. Con l'aiuto di questi due potenti amici, egli ottenne importanti cariche politiche: nel 68 avanti Cristo fu nominato questore in Spagna; nel 63 fu eletto pontefice massimo e nel 62 divenne pretore. Infine, nell'anno 61 avanti Cristo fu nominato propretore (cioè governatore) della Spagna. Giunto nella Penisola Iberica, sottomise i Lusitani che si erano ribellati a Roma e impose agli Iberi le leggi romane. Giulio Cesare tornò quindi a Roma, dove ottenne l'onore del trionfo: era ormai uno degli uomini politici più potenti di Roma.

La guerra civile.

Mentre Cesare combatteva nelle Gallie, Crasso era morto e Pompeo, nominato “console unico”, era diventato praticamente il signore di Roma. Tuttavia temeva Cesare, che si stava conquistando una popolarità via via sempre più grande con le sue continue vittorie militari. Per questa ragione, quando fu scaduto il periodo del governatore nelle Gallie e Cesare pose la sua candidatura al consolato, gli ordinò di rientrare senza indugio a Roma. Cesare scese in Italia e si fermò a Ravenna. Quando però gli giunse da Roma l'ordine di presentarsi da solo, rifiutò e, seguito dalla sua XIII Legione, passò il Rubicone, che allora segnava il confine tra la Gallia Cisalpina e l'Italia. Pompeo, preso dal terrore, abbandonò l'Italia, lasciando Cesare padrone assoluto della città di Roma. Per sconfiggere il rivale, Cesare sbarcò coi suoi soldati in Epiro, dove Pompeo si era rifugiato con il suo esercito. A Fàrsalo, i legionari di Cesare sbaragliarono i pompeiani. Lo stesso Pompeo si salvò a stento e fuggì in Egitto. Qui fu fatto prigioniero dal re Tolomeo che gli fece tagliare la testa per mostrarla a Cesare. A quella vista, il condottiero rimase inorridito; volle punire Tolomeo per la sua crudeltà e lo depose dal trono; al suo posto nominò regina Cleopatra, la sorella del re.

La conquista della Gallia.

Giunto nelle Gallie nel 58 avanti Cristo, Cesare compì la prima vittoriosa campagna militare contro gli Elvezi (abitanti della odierna Svizzera), che minacciavano la provincia di romana. In seguito, conquistò la Gallia Celtica (ossia la Francia centrale) e successivamente la Gallia Belgica. Intanto i suoi luogotenenti occupavano l'Aquitania, cioè la regione compresa fra la Garonna, l'Oceano Atlantico e i Pirenei. Dopo aver sottomesso l'intera Gallia, Cesare compì altre due vittoriose spedizioni militari: la prima, al di là del Reno, contro i Germani, e la seconda, oltre la Manica, contro i Britanni. Era appena ultimata questa spedizione, quando i Galli, guidati da Vercingetorige, si ribellarono. Fu una lotta lunga ed estremamente dura al termine della quale le legioni romane stroncarono la rivolta di Vercingetorige, che fu sconfitto e fatto prigioniero nell'assedio di Alesia (52 avanti Cristo). Di questa grandiosa impresa Giulio Cesare scrisse una specie di diario (De bello gallico). Un'altra efficacissima opera scriverà in seguito attorno alle vicende della guerra civile (De bello civili).

La morte di Cesare.

Sconfitte le ultime truppe pompeiane a Tapso (nei pressi dell'antica Cartagine) e a Munda (in Spagna), Cesare ritornò a Roma, dove fu proclamato dittatore a vita e si dedicò alla riorganizzazione della vita pubblica. Operò diverse riforme (tra cui quella del calendario) ed arricchì Roma di edifici pubblici. Ma non tutti a Roma approvavano la sua opera. Alcuni cittadini, temendo che Cesare volesse diventare re, congiurarono contro di lui. Alle idi di marzo (cioè il 15 marzo) dell'anno 44 avanti Cristo, Cesare stava recandosi in Senato. La moglie Calpurnia lo pregò di non uscire di casa, perché aveva sognato che lo volevano uccidere. Ma Cesare non l'ascoltò. Giunto al Senato gli si fece incontro un uomo con una pergamena arrotolata. Era questo un segnale per i congiurati capeggiati da Bruto, Cassio e Trebonio. Tutti si strinsero attorno a lui con i pugnali alzati; Cesare guardò i suoi avversari e stava forse preparandosi alla difesa, quando scorse tra gli armati anche Bruto, un giovane che egli aveva adottato e che amava come un figlio. Pare che allora egli abbia esclamato: “Anche tu, Bruto, figlio mio”! Poi si ravvolse nella toga e cadde, ormai trafitto dalle pugnalate di tutti i congiurati.

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